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Home L'Alpino Informa Un po' di Storia 1923 tragedia di Monte Gleno - i soccorsi del 5^ Alpini

1923 tragedia di Monte Gleno - i soccorsi del 5^ Alpini

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Il crollo della diga del Monte Gleno, sulle Alpi Orobie.

Il disastro, che si verificò il 1° dicembre 1923, in Val Camonica, è oggi paragonabile al disastro del Vajont che quaranta anni dopo, esattamente nel 1963, distrusse Longarone.

 Il Monte Gleno è una delle principali vette delle Alpi Orobie, con un’altezza di 2883 m. con una ricchezza d’acqua tale da giustificare, a suo tempo, la costruzione di una diga nella valle a monte di Bueggio e Vilminore di Scalve. Dalla montagna, scendendo verso il fondo valle sorgevano, e sorgono tuttora, vari centri abitati fino a giungere, con forte dislivello attraverso la "Via Mala", l’abitato di Darfo in Val Camonica e quindi Lovere sul Lago d’Iseo.

 I lavori della diga furono avviati nel 1921 e completati nel primo semestre del 1923. L’opera situata ad alta quota, costruita inizialmente con il sistema a gravità, fu ampliata in seguito con il sistema ad archi multipli, consentendo di ottenere un grande invaso artificiale, lungo circa quattro chilometri e largo due, con una capacità di circa sei milioni di metri cubi d'acqua.

Alle ore 12,22 del giorno 1 dicembre 1923, alcune delle arcate della diga cedettero, provocando l’immediata fuoriuscita dell’acqua del bacino che in pochi minuti si riversò sulla vallata sottostante. L’enorme massa d’acqua, accelerata nel suo corso dal dislivello della valle e appesantita dai massi franati dalla montagna, colpì gli abitati lungo il corso del fiume Dezzo raggiungendo in poco meno di un’ora il Lago d’Iseo. Le condotte forzate sotto la pressione dell’acqua esplosero centrali elettriche e fabbriche furono travolte dalla furia delle acque. Crollati anche i ponti, molte frazioni rimasero completamente isolate; la massa d’acqua incanalatasi lungo lo stretto corso del Dezzo, trascinò grandi quantità di detriti, raggiungendo Angolo, Darfo e località circostanti e riversandosi nell’Oglio inondarono la zona di Lovere.

Data l’ora in cui si verificò il cedimento della diga e in assenza di qualsiasi preavviso, gli abitanti di Bueggio, Vilminore, Dezzo, Colere, Azzona, e sotto lo sbocco della Val d'Angolo, quelli di Darfo e della frazione di Corna di Darfo, non ebbero tempo di fuggire e rimasero travolti dalla terribile ondata di piena che causò la rovina di edifici e case; al bilancio dei danni già gravissimo si aggiunse quello della perdita di vite umane: più di 500 le vittime, alcune delle quali, trascinate dalla corrente, furono in seguito ritrovate nel Lago d’Iseo.

Non appena giunte le prime notizie e scattato l’allarme, alcune compagnie del battaglione Tirano del 5° Reggimento Alpini raggiunsero, da Breno e da Edolo, le località disastrate organizzando di propria iniziativa i primi soccorsi nella zona di Darfo.

Giunsero poi in aiuto, truppe provenienti da Brescia, Milano, Bergamo e Pavia; tra queste, reparti del 77° e del 78° fanteria, del 7° reggimento bersaglieri e alcune autocolonne di rifornimenti. Ai soccorsi, si unirono strutture del Partito Nazionale Fascista, uomini della neo-costituita Milizia Volontaria della Sicurezza Nazionale e dei fasci locali. Nuclei di Carabinieri si fecero carico dell’ordine pubblico, in azioni di vigilanza e di soccorso.
Raggruppamenti della Croce Rossa e di altre istituzioni provvidero poi alla distribuzione di viveri e indumenti, curarono i feriti, raccolsero e ricomposero le salme, organizzarono camere ardenti e collaborarono con le autorità per giungere al riconoscimento dei cadaveri.

Vittorio Emanuele III raggiunse personalmente varie località, tra cui Darfo, Corna di Darfo e Dezzo. Alla visita del Re fecero seguito alcuni gerarchi e Gabriele D’Annunzio; anche il Papa, Pio XI, espresse il proprio dolore inviando per il tramite dei Vescovi di Bergamo e di Brescia aiuti.

Gli interventi attuati dal personale civile e militare consentirono di riattivare le strade sgombrandole da fango e detriti, gettare ponti e passerelle, demolire le case pericolanti, ristabilire le comunicazioni interrotte, raggiungere e rifornire i paesi rimasti isolati; cominciarono a rientrare alle loro sedi dal 17 dicembre 1923 portando a compimento la loro azione nel gennaio 1924.

A conclusione degli interventi il Ministro della Guerra Armando Diaz inviò questo telegramma al Comando del Corpo d’Armata di Milano esprimendo la propria soddisfazione per l’opera compiuta:

“Nel recente disastro dell'Alto Bergamasco le truppe di codesto corpo d'armata hanno con mirabile slancio e ininterrotta abnegazione dimostrato ancora qual parte prenda l'esercito alle sventure nazionali. Voglia esprimere a ufficiali e truppa che ha prestato l'opera loro il mio più vivo elogio. Generale Diaz”

Elogi, riconoscimenti e attestati di benemerenza furono poi tributati ai comitati di soccorso e ai reparti inviati sul luogo; in particolare alla Bandiera del 5° Reggimento Alpini, con Regio decreto del 3 aprile 1926, fu concessa la medaglia di bronzo al Valore Civile; la motivazione risultò la seguente:

Accorrendo con meravigliosa prontezza da Breno e da Edolo sui luoghi devastati dalla disastrosa discesa delle acque del lago di Gleno nella valle di Angolo e più specialmente a Darfo, spiegando ardimentosa, proficua e instancabile opera di soccorso a favore di quelle sventurate popolazioni durante quindici rigide giornate, la maggior parte del battaglione Tirano del 5° reggimento alpini rinnovava le prove di altruismo, di tenacia, di spirito di sacrificio e di coraggio date dalle truppe alpine in ogni occasione di pace e di guerra - Darfo (Brescia) dicembre 1923”

Nota: Ancora oggi, nel parco naturale delle Orobie, è possibile osservare i ruderi della diga.

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 03 Aprile 2015 07:39  

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